Nel precedente articolo abbiamo voluto fornire una introduzione di cosa sono gli SDGs e come Aicem si impegnerà nel mese di Settembre nella diffusione dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030, iniziando con un approfondimento dedicato all’obiettivo numero 5.

Per la prima volta la parità fra uomini e donne diventa un obiettivo affrontato dall’ONU e quindi si fa materia di interesse globale, coinvolgendo le società civili e i governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. La tematica delle disuguaglianze fra donne e uomini in termini di opportunità socio-economiche, gestione della salute, trattamento sociale e individuale e violenza perpetrata sulle donne in quanto donne, oltre ad essere materia dell’obiettivo numero 5, compare anche come  traguardo di altri obiettivi dell’Agenda, in quanto lente attraverso cui analizzare le questioni sociali più critiche, per risolvere i problemi legati alla povertà, alla fame, all’esclusione sociale.  

Si fa, quindi, riferimento alla necessità di garantire una parità di genere come precondizione per raggiungere i risultati prefissati all’interno dei punti 1-2-3-4-6-8-11, obiettivi che riguardano nel complesso problematiche sociali, povertà e nutrizione:  eliminare la disparità di genere a livello mondiale significa rafforzare l’incremento di uno sviluppo economico, sociale e sostenibile all’interno di tutte le comunità, soprattutto quelle rurali dei Paesi in via di sviluppo.

Nel punto 5 sono riconosciuti sei ambiti di azione, chiamati traguardi, all’interno dei quali l’Agenda 2030 invita ad intervenire in maniera decisa e diretta con politiche, attività e progetti. Con la nostra campagna di approfondimento abbiamo deciso di approfondire due aspetti fondamentali della disparità: l’accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva, e la lotta a ogni forma di violenza verso le donne. Esse sono entrambe due questioni ancora fortemente critiche in Italia, che meriterebbero, oltre ad una maggiore indignazione mediatica, azioni concrete e risolutive, per garantire la costruzione di una società che sia paritaria e non violenta per tutti e tutte. Una società che sia sensibile alle diversità sia biologiche che sociali, garantendo ad ognuno la soddisfazione delle proprie esigenze nel campo della salute, attraverso una applicazione orizzontale e democratica dell’offerta medico-sanitaria per tutti e tutte.

La salute e la relazione tra fattori economici e sociali

La salute è la dimensione attraverso cui possiamo facilmente delineare il sistema di diseguaglianze che si perpetuano all’interno della società. La distribuzione dei fenomeni di salute e malattia è, infatti, un indice che mette in luce le possibilità socio-economiche di una data comunità e il funzionamento del sistema di welfare.

Esiste una grande differenza fra i Paesi Occidentali e i Paesi in via di Sviluppo in cui l’accesso alle cure e il diritto alla salute sono carenti e distribuiti in forma ineguale in base alla stratificazione sociale lì presente. Nel solo 2008 il rapporto ONU affermava che la differenza nell’aspettativa di vita tra i Paesi più ricchi e quelli più poveri superava i 40 anni.

Se poi guardiamo alla sua distribuzione in termini di genere, ci accorgiamo che le donne, più degli uomini, hanno delle gravi carenze in termini di supporto e assistenza medica e che sono più esposte al rischio di morte per questioni di salute. Manca innanzitutto una vera presa di coscienza in merito all’implementazione di una medicina di genere, che faccia cioè riferimento alle abitudini, ai ruoli sociali e alle caratteristiche biologiche che diversificano i due sessi, esponendoli a rischi e malattie diverse.

Per queste ragioni le donne sono spesso più, o diversamente, esposte a certe patologie e a specifiche cause di morte, come  nel caso di pratiche abortive non sicure, gravidanze e parti male assistiti, violenza di genere e malattie sessualmente trasmissibili.

La salute riproduttiva

La salute riproduttiva è, infatti, una delle prime cause di malattia e morte per le donne, soprattutto per le più povere. Poiché l’assistenza sanitaria è fortemente soggetta alla stratificazione sociale, la gravidanza diventa rischiosa sia per le donne provenienti da Paesi in via di sviluppo, che per le donne povere che vivono in società economicamente più avanzate, poiché non possono permettersi gli stessi controlli del ceto medio o più abbiente, o non accedono con la stessa facilità alle strutture più adeguate o alle informazioni di base necessarie a mantenere giusti livelli di salute e nutrizione durante la gravidanza.

La mortalità materna è dunque una delle primissime piaghe da debellare per appianare la distribuzione dell’assistenza sanitaria a livello mondiale e fare in modo che sia uguale per tutti e per tutte.

Ma poiché la morte per parto può essere provocata da cause differenti e interconnesse è necessario operare su altri piani, attraverso un approccio intersezionale al problema.

Tenere in considerazione ad esempio l’elemento della giovane età delle madri che muoiono di parto significa lavorare e porre fine alla pratica culturale dei matrimoni precoci per le ragazze (spesso bambine), o alle pratiche di sfruttamento sessuale a partire da età giovanissima. Tra le adolescenti, infatti, la mortalità materna è tre volte più alta che fra le donne adulte.

Sempre secondo i dati emersi dalle ricerche degli ultimi 10 anni, sono circa 40 milioni le donne che annualmente non ricevono alcuna assistenza prenatale, e solo la metà di tutte le donne in gravidanza non vengono vaccinate per l’antitetanica; infine, nei cosiddetti paesi del Sud del Mondo solo il 62% delle donne in gravidanza viene assistita durante il parto da personale sanitario qualificato.

Essere a conoscenza dei fattori di rischio dovuti all’ambiente circostante aiuta a definire meglio gli standard di salute e malattia e a distinguere tra cause legate alla fisiologia umana e cause esterne, di cui siamo tutti responsabili in qualche modo, e lavorare così sulle strutture culturali che giustificano e reiterano l’esistenza di pratiche violente, pericolose e fortemente orientate verso il sesso femminile, come le mutilazioni genitali femminili, i già citati matrimoni precoci e la prostituzione forzata o causata da esigenze economiche, la violenza fisica e sessuale.

E in Italia?

Nonostante il sistema sanitario italiano sia garante di una assistenza uguale e gratuita per tutti, l’accesso alle cure mediche presenta ancora delle criticità da un punto di vista di genere, tali da dover istituzionalizzare una giornata Internazionale della Salute della Donna e varare, da parte del Ministero della Salute, un Manifesto per la Salute Femminile.

Iniziative di livello ministeriale dimostrano quindi la consapevolezza di carenze strutturali che colpiscono maggiormente le donne, soprattutto quando parliamo di salute riproduttiva e sessuale ma, allo stesso tempo, il desiderio di porvi fine.

Si cerca infatti di lavorare dalla promozione della salute sessuale e riproduttiva alla prevenzione dei tumori; dalla tutela della salute mentale alla strategie di comunicazione per accrescere la consapevolezza delle donne sulle tematiche di salute; fino alla tutela della salute della donna lavoratrice.

Sembra infatti che ci siano lacune sia dal punto di vista informativo in merito ai servizi, alle opportunità gratuite messe a disposizione per fare prevenzione, alle strutture adeguate a rispondere a determinate patologie o problematiche della salute femminile, che da un punto di vista della consapevolizzazione delle giovani donne e dei giovani uomini sulla sessualità in generale e sui rischi di malattie sessualmente trasmissibili, che per le coppie a ricevere strumenti informativi per effettuare una libera e consapevole pianificazione familiare.

Si parla, innanzitutto, di un difficile accesso alle conoscenze di base minime per orientarsi con disinvoltura e chiarezza fra le diverse opportunità offerte dal sistema sanitario e, allo stesso tempo, conoscere i rischi e le complicazioni di scelte sbagliate, compiute per ignoranza o per una non piena consapevolizzazione.

Il sistema sanitario

Ma non meno importante è l’aspetto strutturale e istituzionale del problema della salute riproduttiva (e non solo) in Italia.  Le carenze del sistema sanitario in ambito di salute riproduttiva sono rintracciabili in quei casi di mala gestione, nei consultori o negli ospedali pubblici, dell’emergenza contraccettiva, o in quegli episodi di cosiddetta violenza ostetrica in sala parto, nella difficoltà ad accedere ai servizi di pianificazione familiare, nella stessa libertà di pianificare le dinamiche del proprio parto sottostando a pratiche spesso eccessivamente tecniche e poco umanizzanti dell’evento nascita, infine nelle stesse forme di assistenza data alle donne e agli uomini nel periodo, spesso molto delicato, del post-partum.

Non a caso le raccomandazioni OMS sull’assistenza al parto sottolineando l’importanza del ruolo centrale che la donna deve avere durante il parto, compresa quindi la partecipazione alla pianificazione e all’andamento dell’assistenza offerta durante l’evento nascita, considerando l’aspetto emotivo e psicologico fattori essenziali per un corretto ed adeguato sostegno ostetrico.

Concludendo vediamo come la malattia sia quindi molto spesso una costruzione sociale, causata cioè dalle condizioni materiali della popolazione e come il genere di appartenenza determina a sua volta percorsi di afflizioni e patologie diverse in base al sesso e alla posizione che quel genere copre nella società.

La salute delle donne subisce l’accumularsi di una serie di fattori e discriminazioni che a livello mondiale porta a condizioni di salute peggiori rispetto agli uomini, ed è proprio su questa intersezionalità che i sei traguardi del punto 5 sembrano spingere, per garantire una uguaglianza di genere in ogni aspetto della vita sociale e privata delle donne di tutto il mondo.

 

A cura di Margherita Massaro

 

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