Alessandra Gaito ci Racconta il mese di tirocinio svolto in Tunisia nell’ambito di un programma di scambio a cui hanno partecipato AICEM e l’organizzazione tunisina Club UNESCO Alecso Lafayette. Per costruire ponti culturali c’è bisogno di persone che si mettano in gioco, ed è questo lo spirito dell’EuroMed Exchange programme dell’Anna Lindh Foundation.

In una mattina di luglio ricevo un messaggio: “Ciao Alessandra potresti essere interessata ad un progetto in Tunisia?”. Ancora alle prese con il mio tè del mattino, ero a metà tra il dormiveglia e l’incredulo e non sapevo come dire “sì” a più alta voce possibile a chi mi stava offrendo una di quelle opportunità che si rivelano uniche nella vita. Così è iniziata la mia partecipazione all’ EuroMed Exchange Programme della Anna Lindh Foundation. È così che iniziato tutto, un po’ per gioco, un po’ per sfida. È così che mi è piombata addosso una di quelle once in a lifetime experience che mi ha travolta e mi ha portata dall’altra parte del Mediterraneo a scoprire un paese, una cultura, un mondo idealmente così diverso ma tanto simile quanto affascinante. Così è iniziata questa esperienza magnifica che mi ha cambiata e che mi ha arricchita tanto non solo professionalmente ma soprattutto umanamente donandomi delle sensazioni, immagini, odori, suoni e persone che non potrò mai dimenticare.

Ma procediamo per ordine.

Il progetto in generale

L’EuroMed Exchange programme dà la possibilità ai giovani membri di organizzazioni attive nel sociale come AICEM di intraprendere un tirocinio in uno dei 42 paesi del mediterraneo. Lo scopo del progetto è quello di promuovere il dialogo interculturale e la cooperazione tra le due coste del Mediterraneo, essenziali per uno sviluppo stabile e duraturo nella regione.

 In particolare

Il programma è basato appunto sull’ “exchange”, sullo scambio. Questo non solo inteso in senso di scambio di buone pratiche tra le organizzazioni parte del progetto, ma anche inteso come uno “scambio di tirocinanti” in questo caso specializzate sul tema portante di questo scambio, ovvero l’uguaglianza di genere. In sostanza io sono partita ad agosto per lavorare sul gender equality per un mese presso il Club UNESCO Alecso Lafayette a Tunisi ed una ragazza tunisina è attualmente a Roma per svolgere un’esperienza analoga presso AICEM.Ciò non solo al fine di incrementare le nostre competenze personali sul tema, ma anche e soprattutto per poter portare alla nostra organizzazione e nella nostra realtà un know how acquisito in un ambiente e nell’ambito di una cultura differente, quello che è il vero valore aggiunto dato da questa esperienza.

Il tirocinio nel dettaglio

Lo spirito di questo tirocinio è quello di andare presso l’organizzazione ospitante offrendo le proprie competenze, basate -ad esempio- sul proprio ruolo all’interno dell’organizzazione di invio o su esperienze pregresse e cercando di contribuire, per quanto possibile, alla riuscita degli eventi e delle attività che avrà in programma per il periodo di permanenza.Ho lavorato in stretta collaborazione con la coordinatrice dell’organizzazione, offrendo le mie competenze in comunicazione e cercando di apprendere quanto più possibile.Parte del progetto è partecipare a qualsivoglia attività svolta durante il periodo in modo tale da poter comprendere appieno il lavoro dell’organizzazione e cercare, anche se in breve tempo, di entrare nei meccanismi lavorativi il più delle volte differenti da quelli a cui siamo abituati nella nostra realtà quotidiana.Nello specifico, per fare qualche esempio, ho realizzato foto degli eventi, video promozionali, locandine, poster. Ho aperto un canale youtube, curato la pagina facebook, realizzato piccoli reportage. Ho imparato come lavorare con tempi diversi dai miei, come scrivere un progetto europeo, come relazionarmi in un ambiente lavorativo con persone di una cultura completamente differente dalla mia.

Sono uscita dalla mia comfort zone.

Ho ideato, realizzato, curato e gestito per la prima volta un evento basato sulla non-formal education dal titolo “Gender inequality” mettendomi alla prova e avendo la soddisfazione di ricevere feedback positivi non solo da tanti giovani entusiasti che hanno partecipato all’evento, ma anche dagli altri volontari.

Ovviamente non sono solo rose e fiori

È stato tanto bello quanto terrificante sulle prime. Devi abituarti a lavorare in un ambiente diverso, e quando dico diverso non parlo solo della diversità geografica e fisica. Intendo adattarsi a “work habits” differenti, che possono essere i semplici orari di lavoro, le tempistiche o i metodi di comunicazione. Un dato da non trascurare è anche adattarsi a lavorare d’estate, ad agosto, in Tunisia con quaranta gradi all’ombra. Non è facile abituarsi all’idea di dover uscire di casa con anticipo e rischiare ugualmente di arrivare in ritardo. Non è facile sperimentare una tranquillità che non avevi mai associato al termine “lavoro”, fatta di tempi dilatati e tolleranza estrema. Non è facile adattarsi a non avere un programma e vederlo cambiare da un giorno all’altro, o da un’ora all’altra. Non è facile vivere un’esperienza del genere. L’impatto, all’inizio, è forte. E per quanto la Tunisia sia molto più vicina a noi di quanto si possa immaginare, lo shock culturale sulle prime resta. Uno shock che poi diventa una piacevole e meravigliosa scoperta, che ti trascina nella vera cultura tunisina. Perché un’esperienza del genere ti dà la possibilità di toccare con mano, di ascoltare e vedere davvero la realtà locale.

oltre al lato lavorativo

Il valore aggiunto del progetto per me è stato proprio questo: aver vissuto con le persone. Partendo dalla prima settimana, dove ho avuto la fantastica opportunità di condividere l’appartamento con due meravigliose ragazze algerine e due ragazzi palestinesi che erano lì per un progetto. Per poi continuare con tutti gli innumerevoli inviti a cena, che vengono da qualsiasi persona che ti conosca anche da cinque minuti ma che non perde neanche un secondo per cogliere l’occasione di mostrarti l’ospitalità tunisina. O degli inviti per l’Aid (la seconda festa musulmana per importanza dopo il Ramadan) a festeggiare con la famiglia di un’amica conosciuta da poco, ma che mi ha trattata come se ne facessi parte. Per non dimenticare la vicina che per un mese decide di farti da madre, di “adottarti” come piace dire a me, e darti affetto, riempirti di inviti, di cibo e –addirittura- di bijoux.

I tunisini sono così, sono persone di cuore. Possono anche non avere nulla, ma ti darebbero tutto, anche quello che non hanno. E li puoi capire, li puoi conoscere davvero solo passeggiando con loro tra i vicoli della medina, entrando nelle loro case, sedendo alle loro tavole, assaggiando i loro piatti, bevendo dai loro stessi bicchieri, sedendoti a terra insieme a loro su dei grandi tappeti e sorseggiando tè verde alla menta a tutte le ore del giorno e della notte.

Cosa porto a casa

A casa porto, anzi ormai ho portato – per quanto stenti a credere di essere tornata ormai da una ventina di giorni- un bagaglio pieno degli odori delle spezie dei tè e degli oli, dei colori delle mattonelle delle finestre e delle porte, dei sapori forti dell’harissa e delle quatre épices, delle immagini meravigliose che a volte non ho preso tanto rapita ero dal momento, delle esperienze che ho vissuto passando da una cittadina all’altra da una metro in panne a un taxi con musica tunisina/algerina, delle conoscenze che vanno oltre i pregiudizi di chi ha avuto l’opportunità di vedere con i propri occhi e non con quelli non sempre sinceri dei media, delle sfide che ho vinto con me stessa in primis, ma soprattutto di quelle che ho perso, delle sensazioni meravigliose che ancora mi attraversano e mi fanno venire la pelle d’oca ogni volta che riguardo le foto che custodisco gelosamente. Ma soprattutto, lo ribadisco, è un bagaglio pieno di persone meravigliose che hanno reso questa esperienza unica e indelebile.

Non posso che ringraziare innanzitutto AICEM per il lavoro che svolge e per l’opportunità magnifica che mi ha dato. Credo che iniziative simili siano il passo più importante verso un futuro che sia davvero diverso, migliore. È vero non tutti sarebbero disposti a farlo, ed anche io alle prime ero spaventata. Ma a chiunque abbia il minimo dubbio io dico di partire, di lasciare il proprio nido e il proprio porto sicuro e di prendere un aereo. D’altronde lo diceva anche Marc Twain:“Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.”

Quindi usatelo questo passaporto e andate.

Perché costruire ponti culturali è quello che serve per avere un mondo migliore.

 

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